Camillo Gavassetti (1596–1630) fu tra i protagonisti della felice stagione artistica che in Emilia, nei primi decenni del Seicento, vide fiorire la pittura moderna. Benché negli ultimi anni gli studi ne abbiano maggiormente messo a fuoco il profilo, numerosi sono ancora i problemi aperti. In merito al tema della sua formazione, tradizionalmente ricondotta all’ambito di Bartolomeo Schedoni, più che discutere di un alunnato in senso canonico, si tratta di inquadrarne l’evoluzione stilistica entro la cornice di un discorso più ampio che possa fare emergere la ricchezza di debiti, scambi e suggestioni che egli poté trarre dal panorama artistico locale. Attraverso l’analisi dei pochi e talvolta contrastanti dati a nostra disposizione, la rilettura critica di fonti poco studiate e l’ausilio di nuovi confronti stilistici, questo studio si propone di riconsiderare l’ipotesi di una precoce collaborazione con Sisto Badalocchio dopo il 1617, al momento del suo definitivo rientro in Emilia. Soffermarsi su tale presunto affiancamento potrebbe consentirci di comprendere l’evoluzione in chiave più marcatamente carraccesca che connota la produzione di Gavassetti dagli anni Venti in poi, un tema su cui giustamente si sono interrogati gli studi. Dopo aver lavorato a Modena, Reggio Emilia e Cremona, il pittore modenese si stabilì per alcuni anni a Piacenza (1625–1629), dove ottenne importanti commissioni pubbliche nelle basiliche di Sant’Antonino e Santa Maria di Campagna e si impegnò in una ricca produzione di quadri da stanza, riuscendo a entrare nelle grazie dell’aristocrazia locale. Proseguendo sulla strada tracciata da Paola Ceschi Lavagetto (1990) che, a fronte della perdita di opere a soggetto tassesco realizzate in questi anni, si domandava in che modo la sensibilità e le frequentazioni letterarie del pittore (nella Felsina pittrice (1678) Carlo Cesare Malvasia lo descrive come un “huomo di garbo, e accorto, potente nel discorso”) avessero potuto influenzarlo nel trattamento di tali soggetti, la presente ricerca si sofferma sulle suggestioni offerte dalle Lambrusche di Pindo (Piacenza, 1626) di Gabriel Corvi, una raccolta di poesie da lui stesso curata e commentata. Oltre a evidenziare in quali termini l’approfondita conoscenza delle fonti letterarie possa aver condizionato le scelte formali dell’artista, l’analisi di due opere autografe a soggetto tassesco recentemente ricomparse sul mercato antiquario, punta ad aprire uno spiraglio sulla cultura condivisa da una colta élite piacentina, in cui gli scambi tra pittura e poesia dovevano giocare un ruolo tutt’altro che secondario. Grazie a nuove precisazioni cronologiche e inventariali, questa ricerca si propone infine di restituire un quadro più ampio e articolato dell’ultimo biennio di attività di Gavassetti (1629–1630), contraddistinto da una maturazione stilistica che culmina nella sua ultima opera: gli affreschi con Profeti, Virtù e angeli della cappella Pagani nella basilica della Beata Vergine della Ghiara a Reggio Emilia. Attraverso un robusto e colorato naturalismo marcato da accensioni luministiche e cromie metalliche, negli affreschi reggiani l’artista perviene a un linguaggio teatrale, eloquente e barocco che ha indotto gli studi a estendere lo sguardo oltre i confini regionali, ipotizzando un viaggio romano purtroppo non documentato.

Appunti e precisazioni sull’attività di Camillo Gavassetti

Pelati Domiziana
2025

Abstract

Camillo Gavassetti (1596–1630) fu tra i protagonisti della felice stagione artistica che in Emilia, nei primi decenni del Seicento, vide fiorire la pittura moderna. Benché negli ultimi anni gli studi ne abbiano maggiormente messo a fuoco il profilo, numerosi sono ancora i problemi aperti. In merito al tema della sua formazione, tradizionalmente ricondotta all’ambito di Bartolomeo Schedoni, più che discutere di un alunnato in senso canonico, si tratta di inquadrarne l’evoluzione stilistica entro la cornice di un discorso più ampio che possa fare emergere la ricchezza di debiti, scambi e suggestioni che egli poté trarre dal panorama artistico locale. Attraverso l’analisi dei pochi e talvolta contrastanti dati a nostra disposizione, la rilettura critica di fonti poco studiate e l’ausilio di nuovi confronti stilistici, questo studio si propone di riconsiderare l’ipotesi di una precoce collaborazione con Sisto Badalocchio dopo il 1617, al momento del suo definitivo rientro in Emilia. Soffermarsi su tale presunto affiancamento potrebbe consentirci di comprendere l’evoluzione in chiave più marcatamente carraccesca che connota la produzione di Gavassetti dagli anni Venti in poi, un tema su cui giustamente si sono interrogati gli studi. Dopo aver lavorato a Modena, Reggio Emilia e Cremona, il pittore modenese si stabilì per alcuni anni a Piacenza (1625–1629), dove ottenne importanti commissioni pubbliche nelle basiliche di Sant’Antonino e Santa Maria di Campagna e si impegnò in una ricca produzione di quadri da stanza, riuscendo a entrare nelle grazie dell’aristocrazia locale. Proseguendo sulla strada tracciata da Paola Ceschi Lavagetto (1990) che, a fronte della perdita di opere a soggetto tassesco realizzate in questi anni, si domandava in che modo la sensibilità e le frequentazioni letterarie del pittore (nella Felsina pittrice (1678) Carlo Cesare Malvasia lo descrive come un “huomo di garbo, e accorto, potente nel discorso”) avessero potuto influenzarlo nel trattamento di tali soggetti, la presente ricerca si sofferma sulle suggestioni offerte dalle Lambrusche di Pindo (Piacenza, 1626) di Gabriel Corvi, una raccolta di poesie da lui stesso curata e commentata. Oltre a evidenziare in quali termini l’approfondita conoscenza delle fonti letterarie possa aver condizionato le scelte formali dell’artista, l’analisi di due opere autografe a soggetto tassesco recentemente ricomparse sul mercato antiquario, punta ad aprire uno spiraglio sulla cultura condivisa da una colta élite piacentina, in cui gli scambi tra pittura e poesia dovevano giocare un ruolo tutt’altro che secondario. Grazie a nuove precisazioni cronologiche e inventariali, questa ricerca si propone infine di restituire un quadro più ampio e articolato dell’ultimo biennio di attività di Gavassetti (1629–1630), contraddistinto da una maturazione stilistica che culmina nella sua ultima opera: gli affreschi con Profeti, Virtù e angeli della cappella Pagani nella basilica della Beata Vergine della Ghiara a Reggio Emilia. Attraverso un robusto e colorato naturalismo marcato da accensioni luministiche e cromie metalliche, negli affreschi reggiani l’artista perviene a un linguaggio teatrale, eloquente e barocco che ha indotto gli studi a estendere lo sguardo oltre i confini regionali, ipotizzando un viaggio romano purtroppo non documentato.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11771/35518
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